Luoghi

Islanda #2 – Zuppa di agnello

Reykjavik è coperta di nubi grigie, come ieri. La mattina presto ritiriamo la Toyota Yaris che ci servirà fedelmente per sette giorni: ha qualche ammaccatura e 38mila chilometri sul groppone.

Noi la restituiremo con una bella strisciata da portiera aperta distrattamente (non colpa nostra), il parabrezza scheggiato da un sasso, le gomme probabilmente da cambiare e 2233 chilometri in più nel conteggio. Un mezzo agile e solido messo alla prova dagli sterrati -inevitabili, anche sulla “Ring Road” che è la principale strada di collegamento islandese- con un unico difetto: cambio automatico particolarmente esasperante che ci costringe ad arrancare in salita a cinquanta all’ora, in quinta. Evabè. 60 euro di assicurazione aggiuntiva contro bozzi vari: worth it. Sappiatelo.

Dopo una cinquantina di chilometri quasi in mezzo al niente arriviamo a Þingvellir. Qui facciamo conoscenza in un colpo solo con alcune delle peculiarità dell’Islanda:

  • le strane lettere derivanti dall’alfabeto runico: la Þ (pronuncia “th” come in “think”) e la ð (pronuncia “th” più dura, come in “that”);
  • i repentini cambiamenti climatici: le nubi sono sparite quasi di botto;
  • le forze della terra.

Þingvellir, infatti, è il luogo dove chiaramente si vedono gli effetti dell’allontanamento delle placche continentali, americana ed eurasiatica: ci troviamo proprio sopra la dorsale medioatlantica. In sostanza, si vedono diverse faglie, e la principale lì prende la forma di un vero e proprio canyon; e i turisti ci passeggiano dentro.

Il tutto è immerso fra pascoli e fiumi, sulle rive di un lago: un posto che deve essere parso molto bello e scenografico anche ai primi islandesi, che nel 930 vi fondarono il loro parlamento -uno dei primi del mondo- e da allora vi tengono le cerimonie più importanti.

Tutte queste cose fanno di Þingvellir un monumento nazionale, un sito patrimonio dell’Unesco, e una delle mete turistiche più affollate dell’Islanda: ma ci accorgiamo con piacere che la parola “affollato”, in questo Paese, identifica un concetto molto relativo.

0508 Þingvellir 05

Anche la zona che visitiamo dopo Þingvellir è, per gli standard del luogo, molto turistica, e per i turisti è stato coniata l’espressione “Circolo d’Oro” con cui si vendono tanti tour. Geysir, Gullfoss e le valli circostanti sono punteggiate di fattorie e piccoli “cottages” di legno che sono le case-vacanza degli islandesi.

Geysir è appunto Il Geyser, per antonomasia, e per estensione una zona di geyser e attività geotermale. Però il Geysir “original” non erutta più, se ho ben capito, dagli anni ’50, anche perché la gente ci buttava dentro pietre per “stimolarlo” (questo ho letto sulla Lonely Planet). In compenso vicino c’è il suo fratellino minore Strokkur che erutta ogni 4-7 minuti.

No, non sono stata capace di immortalare come volevo il momento in cui l’acqua si gonfia, prima di alzarsi per una ventina di metri: sono stata troppo pigra per reggere la macchina fotografica in attesa del momento, però ho visto gente mummificata per minuti nel tentativo. Chi fa così viene giustamente premiato, provate a fare un giro in google immagini.

0508 Geysir 10

Terza tappa del giro è la cascata di Gullfoss: due salti che finiscono in una specie di canyon, davvero imponente.

Al vicino caffè ci rifocilliamo con un’ottima zuppa di agnello e verdure: d’ora in poi l’andazzo sarà di una zuppa al giorno. Il primo italiano che dice che in Islanda (o all’estero) si mangia male perché non c’è la pasta della mamma, merita di essere menato. In Islanda si mangia quello che mangiano gli islandesi, ed è buonissimo. Magari non fa testo lo squalo putrefatto, ecco.

Poi ci muoviamo verso il prossimo albergo, e verso le nubi: la nostra destinazione, Skógar, ci porta nel sud-est dell’Islanda, dove i ghiacciai si incontrano col mare. Noi vedremo poco a causa del brutto tempo, ma prima che venga ora di riposarsi ci godiamo la vicinissima cascata di Skógafoss. Purtroppo non ho fatto foto (perché? mah), e le nuvole bassissime rendevano il panorama un po’ meno da cartolina, ma Skógar mi ha impressionata. Non so come mai. Forse perché la cascata era giusto dietro l’albergo, e nel silenzio se ne sentiva il rumore. Forse perché la gente in giro era pochissima, e il paesaggio consisteva in una specie di sottile pianura stretta fra il mare e il gradone roccioso, tutto verde, sopra il quale bisognava immaginare i ghiacciai.

Il secondo giorno di vacanza è bastato a staccarci definitivamente da casa e a immergerci nell’Islanda che sognavamo.

Listen to: Mugison – Mugiboogie (mp3)

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