Luoghi

Islanda #9 – Zuppa di carote e curry

Il nostro ultimo risveglio in Islanda. Toccheremo nuovamente un letto più o meno 36 ore dopo.

La giornata, nuvolosa e non proprio calda, è dedicata a Reykjavik e a un po’ di shopping. Non riesco a decidermi a comprare uno dei celebri maglioni islandesi. Temo sia che qui a casa non lo metterò mai, sia che acquistarlo in centro a Reykjavik sia una discreta sòla. Avrei dovuto pensarci all’inizio del viaggio, magari cercando qualche negozio anonimo, “per islandesi”, lungo la strada. Perché comunque, il famoso maglione, gli islandesi lo indossano, e molto spesso: non è un’invenzione per turisti.

Per il resto, la moda locale prescrive di indossare diversi strati di indumenti presi a caso dall’armadio, accostati in modo bizzarro. Per le ragazze, imperano i fuseaux (morire se li chiamo leggings, quei cosi) sotto la gonna. Insomma, fare un giro nel centro di Reykjavik fra i giovani modaioli è un po’ come passare una serata al Magnolia di Milano, levando però certe menosità e pseudo-ricercatezze e aggiungendo i maglioni di lana.

Visto che dovremo passare la notte in aeroporto per prendere l’aereo prestissimo al mattino, abbiamo bisogno di tanto kaffi, cioè caffè: e Reykjavik non si fa certo pregare. Ci sono locali a ogni angolo, uno più rilassante e più strano dell’altro. C’è il caffè di Eymundsson, che è una bella catena di librerie, dove bere qualcosa in mezzo ai libri. Turistico forse, ma avercene. C’è il caffè che non ha una sedia o un tavolo uguale all’altro, dove in un angolo una band si attrezza per suonare. C’è il caffè-libreria di un appassionato di libri di religione, un tizio adorabilmente gentile che ci porta il tè dentro due tazze con scritto “speranza” e “gioia”. C’è anche l’espresso di 12 Tónar, di nuovo: non potevamo non fare un secondo giro, stavolta piazzandoci nel seminterrato, dove a disposizione ci sono anche giradischi e vinili. Tutti questi posti hanno in comune: gentilezza del personale, nessuno che rompe, sedute comode, prese per i propri laptop. Ci si può stare, per i fatti propri, un pomeriggio intero. Perché da noi tutto questo non esiste? E non è che bisogna per forza invocare Starbucks.

1208 Reykjavik - Bókin (the Book) on Klapparstígur

La zuppa del giorno stavolta è per pranzo: carote e curry + pane e burro, una goduria per poche corone. Il resto della giornata trascorre appunto tra caffè, negozietti, 12 Tónar, la biblioteca con il suo museo di fotografia (una mostra sulle foto pubblicitarie islandesi degli anni ’60, più una collezione permanente di foto d’epoca sulla capitale e sul Paese), librerie di ogni genere, musicisti che girano strani video per strada. Il tempo è un po’ grigio, e penso che forse aiuterà a partire con meno magone.

Ma mi sbaglio.

Il viaggio in taxi verso l’aeroporto riattraversa il paesaggio nero e lunare dell’andata, mentre il sole tramonta sul mare e da lontano si vedono gli sbuffi di vapore della Laguna Blu.

Non. Voglio. Andare. Via.

E invece sono qua a tirarla in lungo per un mese con post e foto, a riguardare Heima quasi piangendo, a tenere il meteo di Reykjavik sotto quello di Milano sul mio iGoogle.

Ho il mal d’Islanda.

Listen to: Amiina – Seoul (video)

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