Luoghi

Aye-ya fyah-dla jow-kul

Dell’Eyjafjallajökull sono diventata fan su Facebook e lo seguo anche via twitter, ma se vogliamo possiamo apprezzare cose molto più belle e serie: le gallerie di immagini su Bigpicture (una e due) sono semplicemente spettacolari, e sono godibilissimi anche i report sul Grapevine – che oltre a dare notizie chiare e precise fa anche a tutto il mondo il favore di chiarire come si pronuncia questo nome islandese, che a me sembra il frutto dell’omino del “FFFFFFUUUUUUU…” quando batte forsennatamente sulla tastiera.

Non si sa come spiegarlo a un italiano, comunque immaginate di essere inglesi, e di dover pronunciare la parola Aye-ya fyah-dla jow-kul. Ecco, più o meno.

Per il resto, gli islandesi se ne sbattono allegramente del vulcano, tanto la sua cenere scende ad ammorbare noi, e loro si godono splendidi giorni di sole e di aeroporti aperti. E continuano serenamente ad occuparsi dei loro problemi: dalla scoperta della corruzione (ahimè) in relazione al crack delle banche, all’idea di fare dell’Islanda un paradiso per i giornalisti, alla discussione sul ban degli strip club.

Sembra infatti che i danni dell’eruzione siano concentrati in un’area limitata della costa sud. Quest’anno – sempre che effettivamente riusciamo ad arrivare in Islanda, non si sa mai! – non la visiteremo, non è compresa nel nostro itinerario. Ma ricordo benissimo quando ci siamo passati l’anno scorso.

Era il secondo giorno. Dopo un tour al “Circolo d’Oro” (Thingvellir, i geyser, la cascata di Gullfoss) non troppo lontano da Reykjavik, verso sera, ci siamo diretti in macchina verso l’ostello di Skógar (popolazione: 23). La giornata, luminosa e piena di sole, stava finendo, e con essa il bel tempo.

Succedevano tante cose: tutto insieme ci allontanavamo da una zona relativamente abitata, dal cielo azzurro, dalla luce del giorno. I villaggi diventavano sempre più piccoli e rari. Alla nostra destra un alto gradino di roccia, tutto verde, rigato di cascate; noi che procedevamo verso nuvoloni grigi su una lingua d’asfalto nero, circondati da praterie; a destra, una foschia oltre la quale si indovinava il mare, color piombo. I confini fra acqua e terra non erano chiari. Qualche volta si attraversava un fiume. E poi vento, vento, vento.

Lì si toccava con mano per la prima volta quanto gli spazi fossero grandi e le attività umane insignificanti. Cercavamo ancora qualche appiglio per la mente e per l’occhio attendendo di arrivare in qualche centro abitato che, sulla cartina e sulla guida, sembrava grande e importante. Ma anche il più rilevante di questi, Hvolsvöllur, l’abbiamo oltrepassato quasi senza accorgercene, essendo una manciata di case sparse fra due distributori di benzina che, insieme, erano più grossi del paese stesso. E abbiamo capito che la misura delle cose (delle grandezze, dei tempi, delle distanze) in Islanda non va cercata secondo parametri umani.

Mi ricordo, comunque, che la guida riportava che Hvolsvöllur viveva sotto la costante minaccia del vulcano Hekla, la porta dell’inferno, un cono innevato che dalla strada in effetti sembrava vicino e inquietante. Adesso il fuoco non viene dall’Hekla, ma da un suo fratello impronunciabile: la devastazione è la stessa.

La sera poi, in una nube cupa e grigia che un pochino mi ricorda la cenere del vulcano, siamo arrivati all’ostello, a poche centinaia di metri dalla cascata di  Skógafoss. Anche dalla camera sembrava di sentire il rumore di quella massa d’acqua enorme che precipitava al suolo, da chissà quante migliaia di anni – o da poco tempo, magari, chi lo sa: in Islanda gli sconvolgimenti e i cambiamenti possono essere improvvisi. Si sentiva ma non si vedeva, perché le nuvole continuavano a rotolare giù dal gradone di roccia (più sopra ancora c’erano i ghiacciai, a noi nascosti) e avvolgevano sempre di più nella nebbia tutto il mondo circostante.

Ad ogni modo, mi piacerebbe tanto sapere come se la passano da quelle parti.

Ci sarebbe da fare una deviazione, a giugno, per tornare in quell’angolino di Islanda che a me è sembrato la vera porta per il mondo del fuoco e dei ghiacci.

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