Luoghi

Geotermia e tapparelle – Islanda giorno 2

Il primo risveglio a Reykjavik si rivela piuttosto deprimente: cade una pioggina stupida e fitta e il cielo è una coperta grigia senza alcuno sprazzo di speranza.

Uffa. Mi dico che questa è l’Islanda. Domani sarà meglio.

Errore: dovrei avere imparato che il tempo, in questo posto, può solo rivelare sorprese. Tempo di ritirare la macchina e di allontanarsi dalla capitale, che il sole inizia a fare capolino.

La macchina, per prima cosa. Due motivi per rallegrarci: 1) ce ne danno una nuova, il contachilometri è a due cifre: 61; 2) ha il cambio manuale. Siamo già contenti, e non sappiamo ancora quanto questa caratteristica si rivelerà importante nei Westfjords.

E così, baldanzosi, dopo una bella colazione in una stazione di servizio, ci dirigiamo alla volta di Hveragerði. Questo paesino, famoso per le sue serre riscaldate con energia geotermica, è piuttosto turistico per gli standard islandesi. Al suo centro c’è un parco recintato con una sorgente calda puzzolente e ben visibile anche dall’esterno; dentro, la Lonely Planet promette “pozze di fango omicide, ragni delle sorgenti calde e fonti spazzatura”.

Tutto molto interessante, non fosse che è domenica mattina, e la domenica mattina in Islanda si dorme! Non c’è in giro anima viva ed è tutto chiuso. Per visitare il parco bisogna attendere le due del pomeriggio e scucire qualche corona. Soprassediamo. Piuttosto, cerchiamo di addentrarci in una valle vicina, decantata dalla guida, ma siamo confusi sulla strada da prendere e ci perdiamo fra alcune piccole fattorie e bungalow per le vacanze estive.

Le pendici dei monti intorno sono punteggiate di sbuffi di vapore, e già questo è abbastanza interessante. Facciamo anche conoscenza da vicino con gli onnipresenti fiori viola, chiamati “nootka” (Lupinus nupkatensis), che poi al ritorno scopro essere un’infestante introdotta relativamente da poco sull’isola.

Ripartiamo quindi con l’idea di pranzare con un hot dog al centro visite del parco di Þingvellir: l’avevamo già visitato l’anno scorso, e nulla è cambiato in questo splendido posto. Questa volta ci prendiamo un po’ di tempo per esplorare i dintorni della faglia, con un fuoriprogramma fra le betulle nane in cerca dei resti di un’antica fattoria.

La giornata, intanto, sta diventando spettacolare: con il sole che ci picchia sulla testa -arriveremo ben a 16°!- percorriamo in auto la sponda orientale del Þingvallavatn, il lago più grande d’Islanda. Bè, in queste condizioni capiamo perfettamente perché molti islandesi si sono fatti una casetta sulle sue sponde. Ma quando leggete “casa al lago” non pensate alle nostre villette di cemento: qui ci sono minuscoli bungalow di legno raggiungibili con stradine sterrate in mezzo a mini-abeti e mini-betulle. Una concessione ai piaceri della vita però c’è sempre: ognuno ha la sua terrazza di legno con l’immancabile vasca di acqua calda.

Ci avviciniamo così a Nesjavellir, la località dove passeremo la notte. Una spianata che da un lato guarda il lago e dagli altri tre è circondata da un paesaggio molto aspro. Protagonista assoluta, la centrale geotermica che rifornisce di energia e di acqua calda un terzo di Reykjavik. Non c’è assolutamente nulla da fare qui, se non esplorare i dintorni, con le loro sorgenti calde e fumarole, e la centrale stessa, aperta al pubblico.

Scegliamo di limitarci a salire al secondo piano, a vedere gli impianti dalle vetrate e a informarci su questa meraviglia islandese che ha emissioni di CO2 irrisorie in confronto a quelle delle centrali a carbone. Energia e acqua calda a iosa sono disponibili per chilometri e chilometri intorno.

Per questo gli islandesi possono concedersi il lusso di fottersene del loro freddo, e sono certi certi di potersi immergere in una confortevole piscina a 38° praticamente ovunque si trovino nel loro Paese.

E io non mi faccio pregare: prima di cena mi godo il mio primo bagno in una jacuzzi en plein air in dotazione all’albergo. Poi è ora di avvicinarsi alla cucina locale: dopo aver frainteso metà di quello che ci proponeva il cameriere, assaggiamo uno strano (ma buono!) “monkfish” -mi dicono dalla regia trattarsi di rana pescatrice o coda di rospo, a seconda del pezzo che si sceglie- adagiato su una specie di risotto.

Soddisfatta da bagno e cena, mi accingo a combattere il chiarore notturno con una doppia mascherina, perché alle finestre ci sono tendine semitrasparenti, e non tapparelle.

Ah, ooops.

La mattina dopo scopriremo che c’erano le tende coprenti avvolgibili.

Felson ha già buoni motivi per odiarmi :P

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