Luoghi

Uccelli suicidi e archeologia industriale in posti improbabili- Islanda giorno 6

Dopo un’altra non-notte, è tempo di lasciare lo spettacolo dei Fiordi Occidentali. La tappa di oggi è Ísafjörður-Laugar í Saelingsdal, cioè dove abbiamo dormito due notti fa. Si avvicina il ritorno alla base. L’itinerario prevede il percorso “ufficiale” per questa regione, quello che fa un lunghissimo dentro e fuori dai “fiordi figli” dell’Ísafjarðardjúp e poi scende a sud anche attraverso un nuovo tratto di strada appena inaugurato. Tutto asfaltato, molto lungo ma molto comodo, in confronto alla difficile strada dell’altro ieri.

Se poi la giornata è di quelle che più limpide non si può, il sole fa splendere le acque del fiordo e i ghiacciai in lontananza, si incontra mezza automobile in tre ore, e capita di scorgere anche una volpe artica che zampetta a bordo strada, si può dire di essere in paradiso. Ma il pericolo è sempre in agguato: mentre guidiamo nel più completo relax, senza preavviso alcuno una grossa sterna artica decide di schiantarsi sul nostro parabrezza. Ne usciamo con un mezzo infarto e qualche graffio sul vetro, oltre a macchie e piume incrostate qua e là… cose che capitano da queste parti, tanto che all’autonoleggio non saranno particolarmente impressionati dai segni dello schianto. Se volete riprendervi dopo spaventi del genere, sappiate che in zona ci sono un sacco di piscine calde per passare un momento tranquillo. Potete fare un tuffo di cinque minuti mentre i vostri compagni di viaggio fanno benzina.

Piscina a Reykjanes

Benzina a Reykjanes

Tutto troppo facile? Movimentiamo un po’ le cose. L’highlight della giornata sarà una deviazione di 50 chilometri, fra andata e ritorno, per Djúpavík. In questi post ho usato più volte le parole: incredibile, remoto, solitario, spettacolare, pazzesco. Facciamone un concentrato e applichiamolo a questo posto, una baia sperduta alle soglie dell’Artico dove sorge una grande fabbrica abbandonata per la lavorazione delle aringhe, completa di relitto arenato nel porticciolo.
Come ci si arriva? Naturalmente con una bella strada sterrata e senza ombra di parapetti, che attraversa verdi vallate, baie, spiagge dove si sono accumulati grossi tronchi levigati (da dove arrivano? non ci sono alberi così grandi in Islanda), e ogni tanto scorre a picco sul mare. Qualche casetta di legno per le vacanze dà un timido segno di presenza umana, insieme a un bivacco dipinto di rosso che fa capolino mentre la strada sale di quota.

Bivacco verso Djupavik

Si ridiscende dal passo ed ecco Djúpavík, altra location di Heima che finalmente possiamo visitare, e una delle più suggestive. L’insenatura è dominata dallo stabilimento per la lavorazione delle aringhe che fu costruito nel 1934, e prosperò fino alla fine degli anni ’40 diventando uno dei più grandi d’Europa. Quando il pesce iniziò a scarseggiare, fino a sparire, ebbe inizio il declino per questa landa desolata. Nel film dei Sigur Rós -così come nella pubblicità della marca di abbigliamento 66° North che ha scelto questa localtà- Djúpavík sembra un posto gelido, tenebroso, da veri pionieri che scelsero un tempo di pescare in acque tempestose, e i cui discendenti ora resistono alla solitudine e alla forza degli elementi. Su tutto incombe la mole grigia e sinistra della ex fabbrica.

Quando arriviamo noi, non c’è una nuvola in cielo, il sole è forte; e se smette per un attimo di tirare un vento freddissimo, la gente del posto gira in maglietta commentando contenta la temperatura mite. I colori splendono, tutti sono operosi e sorridenti, e il luogo, più che minaccioso, ci sembra pittoresco. Non che volessimo un po’ di dramma, anzi, ci sentiamo baciati dalla fortuna.

Djupavik

Entriamo all’hotel Djúpavík per una tazza di caffè, e lo troviamo caldo e ospitale come sanno essere proprio quei posti costruiti dove il clima e l’ambiente sono inclementi: una costruzione di legno piena di cimeli, decorazioni, ninnoli, giochi in scatola, e con un dolcissimo cane che si aggira fra i tavoli.
Qualcun altro si è innamorato di questo posto: Claus Sterneck è un ragazzo tedesco che fa il postino, il grafico e il fotografo. Abita a Reykjavik, ma non appena può viene a Djúpavík dove ormai è di casa, tanto che è lui che ci dà informazioni per la visita guidata alla fabbrica (che purtroppo non faremo, perché non stiamo nei tempi). Claus è anche l’autore della mostra Pictures – And their sounds, ospitata in un locale dello stabilimento: ed è solo una delle tante attività che, ed è straordinario, gli abitanti di Djúpavík riescono ad organizzare in questo posto dimenticato da Dio, richiamando visitatori da tutta l’Islanda. Concerti, mostre, performances di attori e giocolieri, tornei di scacchi: tutto è documentato sul sito di Claus, e dimostra quanto l’amore e la cura per il luogo in cui si abita (o che si sceglie di adottare) riescano ad avere la meglio su distanze proibitive, mancanza di comunicazione, declino economico. Così anche un posto che sembrerebbe candidato a un lento disfacimento viene mantenuto vivo, ma senza gli eccessi del turismo di massa.

"Pictures and their sounds" di Claus Sterneck, in mostra a Djupavik

Con un po’ di rammarico per la mancata visita all’interno della fabbrica, ci rimettiamo in macchina per affrontare il viaggio di ritorno. Prima di ricongiungerci alla strada principale, c’è una breve sosta per levarci dai muscoli e dalle ossa la fatica dello sterrato: nel piccolo villaggio costiero di Drangsnes gli abitanti, scoperta una sorgente di acqua calda, hanno allestito tre meravigliose vasche direttamente sulla scogliera. Sono aperte a tutti, a qualunque ora: posto di aver trovato il modo di fare prima una doccia (disponibile per esempio al campeggio locale), si può ciabattare allegramente in accappatoio per le vie del paesino e poi immergersi, en plein air, nell’acqua a tre diverse temperature -da molto calda a ustionante. Io non mi faccio pregare. Un degno saluto per le asprezze e i piaceri che ci hanno riservato i Fiordi Occidentali, dove la natura è incontaminata e gli umani hanno deciso di declinare la loro presenza secondo l’amore e il rispetto per ciò che li circonda.

Domani potremo abbandonarci contenti all’abbraccio di Reykjavik. Io vi lascio con un video sulla storia di Djúpavík, della sua nave, e della sua fabbrica. Lacrime.

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