Parole

Lo strano caso dei blogger islandesi scomparsi

Sul Grapevine (sì, ancora lui) c’è un articolo di Bob Cluness, britannico trapiantato alle soglie del Circolo Polare Artico, che parla di un sacco di cose in realtà non-islandesi, tipo: la stampa come cane da guardia del potere, i blog, i blogger, le voci critiche, il vecchio e il nuovo dell’informazione. C’è un paragrafo in cui la parola I…a può persino diventare “Italia”. E non so se è stupidamente consolatorio (a-ha! anche gli islandesi hanno avuto un sistema corrotto) o se in realtà gli islandesi, nel loro piccolo, sono gente normale che si indigna di brutto quando scopre cose che nel nostro marciume filerebbero (filano) liscissime.
E poi l’articolo è molto ben scritto e parla anche di cose divertenti e inquietanti e tipicamente islandesi, come i gabbiani cattivi e i puffini.

Se lo linko e basta poi vi stufate a leggerlo, quindi lo traduco e ci metto qualche nota, e spero che Bob non se ne abbia a male. Enjoy.

Come creatura del 21esimo secolo, sono fatto per vivere di informazioni, specialmente di quelle inutili. Ho un bisogno compulsivo di stimoli, e il mio cervello smania di essere nutrito con contestualizzazioni, analisi, parallelismi storici e LOLcats. Se smettono di arrivarmi informazioni, il mio intelletto inizia a inaridirsi e a morire -ma prima verrò ritrovato a vagare in piazza Lækjartorg in mutande mentre grido “Chi sono? Che anno è? Quali potranno mai essere le conseguenze dell’ingresso dell’Islanda nell’UE sulle politiche ittiche?”

Ed è successo più di una volta.

Quando la kreppa si abbatté su questo paese come uno stormo di malvagi gabbiani, io e altri come me ci trovammo a rovistare nel ciarpame dei media, cercando risposte a tutto il casino che era successo. E per un non islandese, cercare di capire chi, cosa, come e perché era una vera impresa. L’aiuto arrivò da un gruppo di blogger islandesi che scelsero di scrivere in inglese i loro blog, come Economic Disaster Area e Iceland Weather Report. Grazie alle loro analisi, iniziai a comprendere la situazione, dall’incredibile comportamento stile Enron delle banche, ai machiavellismi feudali e all’assurda incompetenza degli “onorevoli” leader politici del Paese.

grazie a pallih su Flickr

Poi, a ottobre, sul blog Economic Disaster Area comparve un post che annunciava una pausa. Chiamai l’autore, Daði Rafnsson, per un caffè e una chiacchierata su quello che stava succedendo. Ci incontrammo e parlammo di politica, di storia islandese e delle ragioni di questa interruzione, e Daði mi assicurò di voler tornare online con il nuovo anno. Ma mi disse anche di non essere l’unico blogger ad avere intenzione di fermarsi.

Aveva ragione. In questi giorni il mio news feeder sulle notizie islandesi inizia ad assomigliare a un villaggio di pescatori fantasma dell’Ottocento. Come EDA, anche Independent Icelandic News non è aggiornato da tre mesi. E alla fine di ottobre Alda Sigmundsdóttir, di Iceland Weather Report, ha annunciato che non continuerà più il suo blog, anche se proseguirà a scrivere e-book sulla vita islandese.

grazie ashe-villain su Flickr

I motivi per smettere sono molti, e ragionevoli. Questi blog hanno fatto il loro tempo. Gli autori vogliono dedicarsi di più alla famiglia, al lavoro, allo studio. Ma quasi tutti hanno anche la sensazione che continuare a immergersi in un flusso costante di scandali, rivelazioni, manifestazioni di incapacità, rabbia e disperazione, li abbia semplicemente resi tristi e depressi. Non mi sorprende. È un miracolo che non abbiano sviluppato repulsione per la società.

Ma è una china pericolosa. Oggi in Islanda abbiamo un sistema di media che non sa porre le giuste domande, e non sa guardare nei più cupi recessi della classe dirigente islandese, per portare alla luce il marcio. Mentre il ruolo dei blogger come fonti giornalistiche autorevoli continua a essere oggetto di discussione, qui in Islanda proprio i blogger sono stati indispensabili per guardare ai problemi di cui giornali e tv non sanno o non vogliono occuparsi. Che piaccia o no, ora c’è bisogno di queste voci critiche per capire e far sapere che cosa sta succedendo a questo Paese, e non possiamo lasciare che si perdano per strada.

grazie chrisjohnbeckett su Flickr

Forse, invece di spendere tempo e denaro su questioni tipo “perché i puffini stanno sparendo dalle isole Westmann” (tutto ciò che dovete sapere dei puffiini è che sono i buffoni del mare, e che hanno un ottimo sapore!), dovremmo far sì che gli studiosi lavorino per seguire, nutrire e preservare i blogger islandesi prima che si estinguano, e prima che lo spazio per il dibattito diventi una terra desolata e sterile, percorsa solo da vecchi e pesanti dinosauri mediatici dal cervello grande quanto una noce.

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2 thoughts on “Lo strano caso dei blogger islandesi scomparsi

  1. Ciao Maya, ho notato il tuo blog da tempo e mi piace come scrivi del tuo mal d’Islanda. Io e la mia ragazza gestiamo un sito dedicato all’Islanda e ci piacerebbe metterci in contatto con te per scambiare informazioni, esperienze ed info su questa bellissima isola. ti scrivo un commento perché non ho trovato una mail. spero di ricevere una tua risposta presto.
    Ciao. M.

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