Immagini

Fotografo, dai all’addetto stampa ciò che vuole e lui ti amerà

Ottenere delle foto abbastanza buone da essere pubblicate online o sui giornali spesso è una vera e propria croce per chi fa il mestiere di addetto stampa.
Picture, or it didn’t happen: ricevuto un qualsiasi comunicato, un giornalista interessato alla notizia chiederà quasi sempre una foto, anzi più di una. Il materiale iconografico va girato ai giornalisti per subito e deve trattarsi di buon materiale, cioè di scatti ben fatti, rilevanti, in una risoluzione abbastanza alta da poter essere stampati sui giornali.

Se il cliente, specie se ha un budget risicato, decide di farsi gli scatti “in casa”, l’addetto stampa dovrà penare non poco per avere in mano del materiale che soddisfi gli standard per la pubblicazione. Lo si mette in conto. Il problema è quando si ricevono fotografie impossibili da pubblicare anche quando ci si è affidati un fotografo professionista.

Mi è capitato proprio di recente.
Un’azienda mia cliente partecipa con uno stand a una fiera dedicata agli sposi e vuole farci comunicazione. Un fotografo professionista, che si trova sul posto per conto degli organizzatori, si accorda con loro e acconsente a mandarci alcuni suoi scatti per la pubblicazione. Rispondiamo, in questo caso, alla richiesta di settimanale generalista (non di quelli superpettinati con splendidi servizi di moda, ma pur sempre curato e molto letto). La giornalista, come spessissimo succede, non verrà alla fiera, ma ne scriverà e vuole le foto. Serve un reportage senza troppi fronzoli dei vari momenti della fiera che faccia capire, almeno un minimo, che il mio cliente vi ha un ruolo.

Sono felice che ci sia un professionista a fare queste foto, non capita spesso; confido che grazie a una serie di buone immagini soddisferò la giornalista, che pubblicherà l’articolo, e così soddisferò il cliente, che riceverà visibilità. Attendo con ansia il materiale, che dovrò girare in tempo zero ai destinatari.
Quando ricevo gli scatti dal fotografo, però, ecco che in tutto l’ufficio si sente il tonfo delle mie palle che rovinano a terra (scusate, noi addetti stampa siamo persone poco fini). Vediamo perché.

  • Decine di email con allegata una (1) foto ciascuna. Non ci siamo. Temi problemi con l’email? Esistono gli ftp, Dropbox, WeTransfer. Mi stai già facendo perdere tempo. Ma apriamo queste foto.
  • Le fotografie sono nominate solo con il numero progressivo. Questa può sembrare una finezza, ma io apprezzo chi mi semplifica il lavoro, quindi dico: se mi mandi una grande quantità di foto indica già nel nome del file qual è il soggetto, dividi per macrocategorie (esempio: Modelle, Catering, Fiori… il tutto ulteriormente numerato).
  • Le fotografie sono in bassa risoluzione. Se ho indicato che le foto sono destinate alla stampa, un fotografo dovrebbe sapere qual è la risoluzione adatta. Va bene mandarmi i provini in bassa solo se sei pronto a rispondere immediatamente quando ti richiedo gli scatti scelti in alta.
  • Le foto hanno il watermark. Oltretutto gigante, al centro. Sui giornali vedi pubblicate foto con il watermark? Ecco. Non devo essere io a chiederti di levarlo.
  • Ci sono i doppioni. Va bene darmi scelta, va benissimo darmi la versione orizzontale e verticale dello stesso soggetto perché non sappiamo com’è l’impaginato, ma va fatta una selezione. Non puoi mandarmi dieci foto dello stesso centrotavola (di cui a nessuno frega niente) che differiscono solo perché ti sei spostato di qualche centimetro e che tra l’altro virano ognuna su colori diversi, perché il bilanciamento del bianco va a caso in ogni scatto.
  • Foto sottoesposte, storte, sfuocate o bruciate. Anche il fotografo più bravo sbaglia un sacco di scatti, ma per quale motivo devi inviarmeli? Chi mai li pubblicherà su una rivista? Non esiste giustificazione al mondo.
  • Dettagli, bokeh, tilt-shift. Un paio di foto così, ok, magari il grafico troverà carino includerle come particolare decorativo. Ma un servizio intero sulle magiche sfumature di colore dei confetti non è quello che ci serve.
  • Non si vede il pubblico. Ricapitolando: dettagli sì, modelle sì, gli allestimenti sono ben documentati, ma quasi tutto è scattato prima dell’arrivo dei visitatori. Quando si fanno servizi su fiere, convegni, conferenze stampa ed eventi in genere, è invece fondamentale che ci siano degli scatti dedicati al pubblico. Che, manco a dirlo, deve sembrare numeroso e strafelice di essere lì.
  • Nessuna foto che faccia capire il ruolo avuto dal mio cliente nell’evento. Io devo dare al giornalista quello che gli serve, ma devo fare anche contento chi mi commissiona il lavoro. Cerca di includere una vela, una bandiera, un logo: possono non essere protagonisti della foto, ma devono essere visibili. E, per ricollegarmi al punto precedente: no, l’immagine di uno stand vuoto non è interessante da pubblicare per un giornale.

Mi rendo conto che le richieste di un addetto stampa sono sempre alquanto noiose, poco creative e anche vaghe. Se si vogliono foto buone per tutti gli usi, saranno quasi sicuramente delle foto poco interessanti, di per sé. Ma, il più delle volte ai giornalisti, che devono semplicemente riprendere un comunicato basta la sostanza, la rilevanza. Ed è un lavoro anche produrre immagini per questi usi.
Un bel post di Sara Lando parla del lavorare per gli altri: lei fa riferimento a progetti diversi, che includono una buona dose di creatività, ma alcune sue indicazioni sono valide sempre. Dare scelta ai grafici, rispettare le indicazioni ricevute, selezionare, limitare la post produzione che quello che serve.
Dove lavoro io facciamo a volte una gran fatica a trovare qualcuno da mandare a qualche piccolo e noioso evento -un convegno, una fiera, una conferenza stampa- e che torni con una serie di foto fatte bene, in numero sufficiente a raccontare tutti i momenti, che diano spazio a ogni persona intervenuta, che possano essere pubblicate su un giornale locale, su un house organ, su una testata generalista. Qualcuno che lavori velocemente, perché i giornalisti con cui curiamo i rapporti hanno sempre fretta e quindi io devo farli aspettare il meno possibile, né tantomeno devo perder tempo a girare le foto ai miei grafici perché ci mettano mano. Quando troviamo questo qualcuno, lo paghiamo bene e ce lo teniamo.

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3 thoughts on “Fotografo, dai all’addetto stampa ciò che vuole e lui ti amerà

  1. Sono un fotografo amatoriale, mi capita spesso di fare foto, per diletto, a qualche evento dove sono presenti professionisti con fior fior di attrezzature e che possono sfruttare le migliore posizioni per la ripresa. Avendo avuto l’occasione di vedere il lavoro prodotto da alcuni di loro (foto che io solitamente cestino), mi sono sempre posto la domanda: ma è così facile fare foto per riviste e giornali? La risposta a questa domanda me la da questo tuo articolo. Ho sempre creduto che chi fa della fotografia il suo lavoro, le cose elencate nell’articolo dovrebbe conoscerle.
    Un saluto Adriano

    1. Ciao Adriano, anche io rimango stupita quando ricevo da professionisti (cioè persone che si fanno pagare per il loro lavoro) delle foto inutilizzabili. Nel caso che ho raccontato, alcuni errori grossolani mi hanno fatto anche pensare di aver ricevuto degli scarti… Perché ho dato un’occhiata al sito del fotografo -era indicato gigante nel watermark!- e ho concluso che ho avuto a che fare con un buon fotografo di matrimoni. Forse si è trovato in difficoltà con un lavoro diverso rispetto ai suoi soliti, un lavoro innegabilmente poco stimolante e con tanti paletti.
      Se si guardano riviste e giornali, accanto a quei servizi curatissimi che puntano espressamente sulla bellezza delle fotografie, abbiamo anche tutto un filone di foto “di servizio”, dal contenuto informativo più che artistico, ma che comunque servono e fanno il giornale. Sono quelle con cui ho a che fare di più, e a volte sono inaspettatamente difficili da ottenere. Il risultato è che spesso le foto andiamo a farle io o i miei colleghi (anche per una questione di budget, lo ammetto), e almeno ci andiamo con in testa l’idea di cosa dobbiamo portare a casa, anche se, non essendo il nostro mestiere, di errori stupidi ne facciamo a iosa.

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