Luoghi

Giappone giorno 5 – Cara dolce Kyoto

Sono solo le 7 del mattino ed è già afa feroce. Lasciamo il nostro hotel sulla cascata pronti ad affrontare il viaggio verso Kyoto, la città che per più di mille anni è stata la capitale del Giappone e che è considerata un po’ il simbolo della cultura e delle tradizioni del Paese.
Ci sono tantissimi turisti, giapponesi e non.
Ci sono 17 siti protetti dall’Unesco.
Ci sono innumerevoli templi scintoisti, buddisti, zen; ci sono parchi e castelli.
Ci sono le case da tè di legno, dentro le quali si intravedono donne vestite in modo tradizionale; quando spuntano per strada, i turisti le chiamano tutte “geisha” e le inseguono con la macchina fotografica. Qualcuna scappa infastidita, qualcuna si mette in posa.
Ci sono i ristoranti di cucina kaiseki, che è la più raffinata ed estetizzante del Giappone; si tratta di locali dai prezzi inarrivabili e sono quasi nascosti, li riconosci per via delle tendine e delle auto lussuose che vi si fermano davanti, facendo scendere persone vestite in modo estremamente formale.
Ci sono le colline, i giardini zen e tutte le vedute da cartolina che ti aspetti quando visiti quello che per il Giappone è l’equivalente di Roma o Firenze per l’Italia.

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Ninen-zaka, uno dei vicoli più visitati e fotografati dell’antico quartiere di Higashiyama

Poi ci siamo noi che scendiamo dallo Shinkansen dopo circa tre ore di viaggio, valigie al seguito, e siamo investiti in pieno da una calura ancora più insopportabile di quelle patite a Tokyo e a Hakone. Mettere piede sul binario vuol dire avere i vestiti zuppi all’istante.
Prima cosa da fare, dunque, è lasciare i bagagli al nostro hotel, e per fortuna il viaggio è breve: una volta compreso come uscire dal lato giusto della stazione, sono solo pochi minuti a piedi, su una strada dritta e in un quartiere molto anonimo.
Alloggeremo al Daiwa Roynet Hotel Kyoto-Hachijoguchi, consigliato da due amici che incontreremo l’indomani proprio lì. Io lo straconsiglio a mia volta, perché è stato il migliore del viaggio: bello, nuovo, in posizione perfetta e con quei piccoli servizi che ti deliziano, tipo gli ombrelli (trasparenti, tipico giapponese) free for all da prendere in prestito all’occorrenza, o le “ladies facilities” che no, non sono le toilettes come  l’inglese di Oxford insegna, ma è il termine giappo-inglese con il quale mi presentano un cestino pieno di elastici per capelli, mollette, bagnischiuma e cremine da portare in camera.

Bene, è ora di pranzo, oramai andiamo sul sicuro: torniamo alla stazione, anche quella di Kyoto sarà piena di ristoranti, no? Uno spuntino veloce e poi da lì cercheremo di orientarci per cominciare l’esplorazione della città vecchia, questo il programma.
Bè, sì, in effetti il lato di Kyoto Station dove siamo già passati è pieno dei soliti localini tipici che offrono di tutto. Ma, un momento, questa stazione non finisce qui. Vediamo se c’è altro. È un po’ labirintica, a un certo punto non capiamo più nulla e finiamo su una balconata esterna dove la gente si ritrova per la pausa sigaretta. Da dove rientriamo? Saliamo una lunghissima scalinata, spingiamo una porta antipanico e…

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Dentro la Morte Nera

Quello dove avevamo girovagato era il lato sfigato della stazione. La hall principale è questa. Una cosa spaziale da 11 piani, scale mobili chilometriche, ascensori che sfrecciano verso l’ignoto, piattaforme, balconate, copertura di vetro e metallo e -lo si vede nell’angolo in alto a destra della foto- un corridoio aereo, tutto trasparente, appeso alla volta, che va da un capo all’altro dell’edificio. Non mancano ristoranti, fast food, teatro, cinema e non so quanti centri commerciali, che ve lo dico a fare.

Diciamo che, per adesso, i templi aspettano, Kyoto Station è già qualcosa che vale la pena visitare di per sé. Ci si potrebbero passare ore. Vagabondiamo ancora un po’ fino ad arrivare in cima agli 11 piani e ci ritroviamo in un’area di ristoranti suddivisi secondo la tipologia di cucina. C’è il piano di quelli occidentali, c’è il piano del ramen, c’è il piano dedicato alla cucina tradizionale giapponese e cinese. Ed è qui che viviamo un’esperienza culinaria tanto inaspettata quando deliziosa, fra le più memorabili del viaggio.

Tonkatsu, tonkatsu tutta la vita
Tonkatsu, tonkatsu tutta la vita

Scopriremo poi di essere entrati in quello che da più parti è considerato uno dei migliori ristoranti di tonkatsu di Kyoto, Katsukura. Del tonkatsu conoscevamo già l’esistenza, si può trovare anche nei ristoranti giapponesi che ci sono da noi: è una cotoletta di maiale alta e molto morbida che viene impanata e fritta e servita con la sua salsa, la salsa tonkatsu appunto. Solo che al Katsukura è tutta un’altra storia: il tonkatsu è il protagonista di un’intera tavola imbandita che prevede di consumare, tutte insieme, una serie di pietanze con la propria salsa in abbinamento, oltre a quelli che potremmo chiamare contorni. C’è anche una precisa sequenza di cose da fare per gustare il tutto nel modo giusto, e per fortuna il ristorante fornisce un foglietto di istruzioni.
Per prima cosa, vengono portati al tavolo una ciotola contenente semi di sesamo e un pestello di bambù. Mentre si aspetta il cibo, il lavoro da fare è schiacciare i semi fino a ridurli in poltiglia, dopodiché si amalgamano con la salsa tonkatsu che è disponibile sul tavolo in due varianti, piccante e non.
Poi arriva tutto il ben di dio ordinato. A lato brodo di miso caldo e una ciotola di riso e orzo al vapore (per la quale si può chiedere il refill). Poi il piatto vero e proprio che presenta il tonkatsu stesso già tagliato a bocconcini, del cavolo cappuccio crudo tagliato sottilissimo (anche per questo si può richiedere il refill) e una cosa nuova, una crocchetta di verdure e yuba, che sarebbe la pellicina che coagula quando si fa bollire il tofu. Al palato è una pasta gommosa che fa sì che la crocchetta si sciolga in bocca.
Sia la crocchetta di yuba sia il cavolo cappuccio hanno la propria salsa di accompagnamento. In più ci sono dei buonissimi “pickles” che sembrano cetrioli ma sanno completamente d’altro. Si beve tè verde.

Insomma, siamo arrivati alla stazione per uno spuntino veloce e ne usciamo rotolando dopo un pranzo luculliano. Best tonkatsu ever (e ne proveremo ancora, a Tokyo, ma mai così buono). Rallentati e di nuovo zuppi di sudore, decidiamo che ci serve un salto all’hotel per il check-in e una doccia.

Il pomeriggio è quasi andato, ma forse è un bene: quando usciamo di nuovo il caldo si è un po’ attenuato e al nostro arrivo via ferrovia locale nei quartieri di Gion e Higashiyama, fra i più celebri della parte storica di Tokyo, negozi e templi stanno per chiudere, ma è anche vero che le strade cominciano a svuotarsi dei turisti e passeggiare al tramonto con una quasi-brezza diventa molto piacevole.

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Vaghiamo senza una meta precisa, ma anche camminando a caso è impossibile non imbattersi nei monumenti più famosi.
Per esempio il Kennin-ji, uno dei più importanti templi zen della città.

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Su queste tavolette votive c’è Blanka

 

Oppure la pagoda Yasaka-no-to del tempio Hokan-ji, che con i suoi cinque piani è un punto di riferimento sicuro nel garbuglio delle viette.

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È l’ora in cui i negozi chiudono e i lavoratori tornano a casa. C’è ancora qualche vetrina illuminata, per esempio quella di un chiosco che vende spiedini sconosciuti. Saranno dolci o salati?

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Ormai è sceso il buio quando arriviamo davanti a uno degli ingressi secondari del santuario di Yasaka, che è aperto 24 ore su 24 e domina il quartiere di Gion. Un breve giro all’interno seguendo il declivio della collina e ci troviamo a uscire dalla porta principale, dove il silenzio cede il passo al traffico e alla vita notturna di Gion.

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Qui la Lonely Planet ci consiglia di vedere Shinbashi Dori, “una delle strade più belle del mondo”. Addirittura! Bè, dopo qualche giro a vuoto la troviamo, ed effettivamente il tratto che costeggia un canale, con il parapetto di legno rosso, la fila di ciliegi e le case di legno intorno (per la maggior parte, ristoranti di lusso), dà il meglio di sé proprio di sera. Le signore in kimono completano la coreografia.

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Un tanuki, cioè un cane-procione dallo scroto ipertrofico, ci saluta dall’ingresso di un negozio. Kyoto è piena di queste statue!

 

Il canale si getta nel fiume Kamo, e noi seguiamo piacevolmente il lungofiume per prolungare un po’ la passeggiata fino a Pontocho, altro quartiere famoso per la vita notturna che sta sull’altra sponda. In realtà la vista più interessante si ha proprio dalla parte opposta del fiume. Mentre arranchiamo verso il primo ponte visibile, ci imbattiamo in un’insegna inequivocabile: un ristorante dedicato al fugu, il temibile pesce palla! Il disegno sulle tendine e l’acquario esposto all’esterno non lasciano dubbi sulla specialità del menu.

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Noi però non abbiamo fame di fugu. Anzi, dopo il tonkatsu di fame ne abbiamo proprio poca. Tiriamo ancora in lungo passeggiando a Pontocho e poi prendendo la metropolitana per tornare a Kyoto Station. A proposito, la Suica (l’abbonamento ricaricabile alla metro di Tokyo) vale anche a Kyoto, comodità assoluta.
Alla stazione decidiamo di mangiare qualcosa, più per non andare a letto a digiuno che per vera fame. Non vogliamo un’intera cena, cosa si potrebbe scegliere? Col caldo che fa l’ideale sarebbe della frutta, ma è un genere alimentare che in Giappone costa molto e non è diffuso come spuntino. Allora perché non una coppa di gelato?
Ed ecco il gelato scelto dopo attenta valutazione delle classiche riproduzioni di cera:

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Dall’alto abbiamo: panna montata; biscotto; quelle palline scure a forma di fagiolo sono proprio fagioli rossi dolci; la pasta scura è anko, cioè crema fatta con i medesimi fagioli rossi; le palline gialle e bianche sono fatte di mochi, cioè pasta di riso dolce; gelato di vari gusti alla crema; un’altra pasta più chiara che sa di castagna; macedonia di frutti gialli (credo mango e altro).

Obnubilati dall’enorme quantità di zuccheri ingeriti, rotoliamo nuovamente verso l’hotel e verso la nanna. Domani dovremo essere in forze per combattere con i cerbiatti voraci di Nara.

Le altre foto sono su Flickr (in progress).

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