Luoghi

Giappone giorno 8 – La città elettrica

Dopo qualche giorno di templi, boschi, laghi e atmosfera zen in un’umidità quasi tropicale, è tempo di tornare a Tokyo. Ed è proprio mentre lo Shinkansen sfreccia verso la capitale del Giappone in una mattina di sole che realizzo che Tokyo si è guadagnata un posto sul podio delle mie città preferite, dove vorrei tornare sempre!

Avremo ancora tre giorni e mezzo per esplorarla e il programma è fittissimo.
Merita un po’ di attenzione anche il quartiere dove si trova il nostro hotel (Horidome Villa, altro posto straconsigliato per prezzo e posizione: se proprio non si vogliono prendere i mezzi, con una passeggiata di mezz’ora si è a Tokyo Station, idem per Akihabara).
Nihonbashi-Ningyocho è una zona per cui sulle guide si spendono poche righe, ma che a noi è piaciuta perché molto vissuta: ci sono i microristoranti che si riempiono di impiegati in pausa, la vita frenetica degli uffici, i templi minuscoli incassati fra i palazzi di dieci piani. Da Tokyo Station si passa vicino al ponte di Nihonbashi, uno dei più antichi della città e rifatto nel 1911:

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Questo timbro, a disposizione dei viaggiatori nella stazione di Shin-Nihonbashi, ricorda il ponte di legno del 1603. E così scopriamo che ogni stazione del treno, in Giappone, ha il suo timbro-ricordo.

Poi si attraversano le strade degli affari e della finanza e poi si arriva a Ningyocho, quartiere che sorge nell’area dell’antica Edo, della quale però è difficile scorgere qualche segno, a meno di non partecipare a un tour dedicato (un approfondimento che non abbiamo il tempo di fare, ma che ci riserviamo per la prossima volta).

Con l'Edobus si può fare un tour storico in quella che fu l'antica Edo.
Con l’Edobus si può fare un tour storico in quella che fu l’antica Edo.

Oggi tutto è moderno e funzionale al lavoro e al commercio. Ci sono grandi arterie piene di traffico, strade sopraelevate, stazioni della metro e del treno. Ma ogni tanto fanno capolino dei dettagli inaspettati:

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Arriviamo all’hotel all’ora di pranzo e quindi decidiamo di infilarci nel primo posticino aperto che troviamo. E abbiamo una grandissima fortuna, perché il locale in questione è Ginhachidon, ovvero un luogo meraviglioso dove strafogarsi di donburi di pesce a un prezzo che ancora oggi mi fa piangere (di gioia). In cucina e al banco ci sono alcune donne indaffaratissime, chiassose e sorridenti. Ci accolgono urlando il classico “Gozaimaaaaaas!” (buongiorno? benvenuti? arrivederci? l’abbiamo sentito nei più diversi contesti) e continueranno a urlare ogni volta che un cliente entra o esce. L’atmosfera è festosa e ci tuffiamo nel menu tutto a base di donburi, cioè ciotole di riso con vari topping di pesce, accompagnate da miso e tè. La felicità.

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Così rifocillati abbiamo energie a sufficienza per affrontare Akihabara, il quartiere dell’elettronica, dei videogame e degli otaku!
Si trova a un paio di fermate di metro, ma noi andiamo volentieri a piedi. Il punto di riferimento è la stazione JR, attorno alla quale si trovano i centri commerciali più importanti e frequentati, le sale giochi, i sexy shop: tutti palazzoni iperilluminati, pieni di insegne e megaschermi dove passano le popstar e i personaggi degli anime e dei videogiochi del momento. Ma è nelle stradine laterali che si trovano i negozietti di componenti elettroniche di ogni tipo dai quali ha origine il soprannome del quartiere, “electric town”.

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Scopriamo subito che, nonostante l’abbondanza di mappe e indicazioni, qui è particolarmente difficile orientarsi. O meglio: se si ricerca un posto specifico, ma non si sa dove sia, è ancora più difficile del solito imbroccare la strada. Indicazioni come “è dopo il centro commerciale Laox” sono del tutto inutili, in quanto di centri commerciali Laox, da svariati piani, non ce n’è uno, ma due o tre, a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro sulla stessa via.

Decidiamo per una prima tappa utile. Ho infatti riempito la schedina della macchina fotografica e ho bisogno di altro spazio, perciò pensiamo che da Yodobashi Camera, il più enorme, immenso, grandissimissimo e fantasmagorico negozio di elettronica del mondo, non avrò che l’imbarazzo della scelta. Sbagliato. La mia reflex del 2006 è letteralmente preistoria; le schedine compatibili ci sono, naturalmente, ma stanno nascoste in un angolino polveroso del corner dedicato alle memory card. Per corner intendo una parete intera dove a ogni chiodino è attaccato il sample di un tipo differente di schedina, che poi va richiesto al commesso.
Ma non è finita qui. Vuoi una macchina fotografica? Ogni marca possibile e immaginabile ha il suo banco dedicato con decine di modelli. Vuoi un cavalletto? Prego, puoi entrare nella foresta dei cavalletti. Troppa. Scelta. Troppo. Di tutto.
Però scovo una chicca: il kimono per la macchina fotografica! Un avvolgi-reflex di tessuto semi imbottito che si sfila in un attimo e si ripone occupando pochissimo spazio. Fa le veci della custodia con meno ingombro e, cosa ultra giapponese, ha tutto il suo mtodo per essere piegato.

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Ora che abbiamo sistemato la questione foto, non c’è che l’imbarazzo della scelta per i soggetti da immortalare. Non è giornata di cosplayer ma incontriamo subito altri tipi umani molto fotografati ad Akihabara, cioè le ragazze dei maid café. Si tratta di ragazzine travestite da cameriere che distribuiscono i volantini di questi locali, dove si viene accolti appunto da governanti che ti chiamano “padrone” e ti servono dolci che vanno da zuccheroso a morte per picco glicemico.

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E questa dovrebbe essere l’entrata di un maid cafè.

 

A me sembrano il ritratto dello scazzo, e in più non sono molto d’accordo sul farsi fotografare. Ci si può comunque sbizzarrire con la street fashion:

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Dopodiché ci mettiamo alla ricerca di un paio di negozi programmati fin dall’inizio della preparazione del viaggio.
Il primo è Mandarake, uno dei più grandi negozi al mondo di anime e manga usati. Non sto nemmeno a dire quanta roba ci sia in questo negozio di svariati piani, se non ricordo male almeno sei. Una cosa fantastica è lo spazio dedicato a modellini e action figure, che ospita un sacco di pezzi di collezione anche vintage, dai prezzi stellari. La vetrina dedicata a mostri e mostrilli dei film catastrofici è una meraviglia.

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Si possono trovare fumetti, videogiochi, dvd e gadget di ogni tipo, ed è qui che compriamo i regali trash della vacanza, cioè i ventagli di plastica di tale Ryo, superstar del J-Pop evidentemente in decadenza, visto che il suo merchandising si trovava in un cestone dell’oblio, in vendita per pochi yen. Mi spiace non aver fatto foto a questi pezzi da collezione.

La nostra tappa successiva è Super Potato, sempre un negozio di usato (siamo proprio dei vecchi nostalgici), stavolta di videogiochi. Giochi per coin-op, console, computer e quant’altro, dagli albori del genere agli ultimissimi titoli: se non si trovano sa Super Potato credo sia difficile trovarli altrove.

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Dopo tanto girare poi ci infiliamo in un “normalissimo” centro commerciale per cercare una toilette e qualcosa da bere. Ed è qui che succede il fattaccio. Ormai un po’ bolliti, ce ne andiamo da uno Starbucks lasciando lì i sacchetti con tutti i nostri acquisti, compresi i ventagli col faccione di Ryo! Ce ne accorgiamo una mezz’ora dopo, per fortuna senza esserci allontanati molto. Corriamo da Starbucks e comincia una conversazione surreale con le commesse al bancone, una più preoccupata dell’altra e tutte intente a disegnarci una misteriosissima mappa fatta di scale, porte e omini strani, con la strada verso non si sa cosa… Alla fine una delle ragazze conclude che siamo proprio stupidi e si offre, gentilissima, di portarci a destinazione, cioè all’entrata di un parcheggio a ore che a quanto pare è anche l’ufficio oggetti smarriti dell’intero stabile.
E le guardie hanno proprio i nostri regali! Ce li ridanno, non prima di averci chiesto i passaporti, fatto firmare qualche modulo e presi per il culo per via dei ventagli di Ryo.

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Intanto cala la sera e si fa sentire la fame. La scelta non può che essere Sushi Zanmai, considerato uno dei ristoranti economici di sushi migliori di Tokyo, che si trova al piano terra di Yodobashi Camera.
Siamo, come dicevo, in una fascia economica, perciò niente deliri mistici alla Jiro Dreams of Sushi. Ma il sushi è una cosa seria, anche qui. Dietro al bancone ci sono torme di cuochi che preparano il tutto in diretta, precisissimi, veloci, concentrati. Ci si siede davanti a loro, si guarda la lista, si segna sul foglietto ciò che si vuole e questo viene preparato al momento, davanti agli occhi degli avventori. Si può ordinare quante volte si vuole e il cuoco segna le portate per il conto.
Solo la lista dei nigiri è lunghissima, e per gli stranieri è convenientemente composta da figure. Ci sono pesci mai visti né sentiti, e alcuni di questi nigiri costano anche parecchi yen l’uno per via dell’uso di specie rare e pregiate.
All’inizio Sushi Zanmai può essere disorientante, perché c’è un gran vociare e non si capisce subito a chi bisogna ordinare e come; se ci si accomoda al banco nessuno viene a prendere l’ordinazione, ma bisogna attirare l’attenzione dello chef e chiedere a lui direttamente. Ma poi ci si rilassa e parte integrante dell’esperienza è proprio osservare i gesti dei sushi master.
Ognuno ha la sua personalità: c’è quello che non parla e sembra quasi brusco mentre prepara velocissimo le pietanze; c’è quello più curioso che fra uno sfilettamento e l’altro ci chiede da dove veniamo; c’è quello che imbottisce il sushi di wasabi e solo dopo ti chiede, trollando, se ti piace.

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Insomma, la serata si conclude nel modo migliore e Akihabara diventa subito uno dei luoghi del cuore di Tokyo.
E lo shopping è solo all’inizio, perché le tappe dell’indomani saranno Shibuja e Harajuku.

Altre foto su Flickr (in progress)

 

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