Luoghi

Giappone giorno 10 – Totoro, templi e torri

La fine della nostra vacanza in Giappone si sta avvicinando. Il penultimo giorno è dedicato a un appuntamento molto atteso: la visita al Museo d’Arte Ghibli, per un’immersione nel mondo di Hayao Miyazaki e delle opere dello Studio Ghibli. Dicevo dell’attesa, sì, perché per riuscire ad avere il biglietto d’entrata c’è una procedura piuttosto macchinosa.
Gli ingressi sono infatti contingentati, massimo 100 persone “non asiatiche” al giorno, e bisogna prenotare con anticipo se si vuole avere probabilità di ricevere i biglietti. Le prenotazioni aprono il primo giorno di ogni mese, per i quattro mesi successivi (esempio: noi volevamo andarci il 6 agosto, quindi abbiamo inoltrato richiesta il 1° aprile). Per l’Italia si prenota attraverso JBL indicando tutte le proprie informazioni personali (la data di nascita pare sia molto importante), che verranno verificate poi al Museo, guai a sgarrare. Si indicano tre date in ordine di preferenza e, se c’è posto, si paga e si riceve per posta (!) un voucher da presentare all’entrata del Museo assieme al passaporto.

Dove si riceverà il favoloso biglietto:

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Ritagli di pellicola dei film dello Studio Ghibli!

Il Museo d’Arte Ghibli si trova a Mitaka, un sobborgo di Tokyo che si raggiunge in una mezz’ora con un treno rapido della linea Chūō. Dalla stazione di Mitaka si può fare una passeggiata di venti minuti fino al museo, ma visto che fa già molto caldo noi scegliamo la navetta. La fermata e il mezzo contribuiscono già a portarci nel mondo di Miyazaki.

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Pochi minuti e siamo dentro.

Disclaimer: all’interno non si possono fare foto. Ma forse, anche se le avessi fatte, non le avrei pubblicate. Perché, se mai ritenete di avere un giorno una remota possibilità di visitare questo Museo, il mio consiglio è di non rovinarvi la sorpresa. Di entrare completamente ignari e di scoprire una a una le meraviglie che vi attendono.

Il Museo d’Arte Ghibli è pura poesia, un viaggio nell’universo prodotto dall’immaginario di Miyazaki e dello Studio Ghibli. È concepito come una grandissima casa di diversi piani, curata in ogni minimo dettaglio (anche le toilette), da esplorare in ogni suo angolo per ritrovare i personaggi dei film dello Studio, le ambientazioni, l’atmosfera di serenità e di felicità che le opere di Miyazaki e co. ispirano.

Il Museo, dicevo, è una grande dimora con le sue stanze, le sue scale, il suo giardino, le sue terrazze, il suo stupendo ascensore interno. Una delle prime stanze è dedicata alle tecniche di animazione, e qui troviamo una specie di giostra rotante con varie figurine tridimensionali: sono i personaggi dei film Ghibli in varie pose. Quando le varie ruote cominciano a girare e il tutto viene illuminato da una luce intermittente, l’effetto è quello di assistere a un’animazione a passo uno, con i personaggi che prendono vita. Magico.

Al piano terra c’è anche un mini-cinema dove si proietta per tutto il giorno un corto dello Studio Ghibli. Noi assistiamo a Mr. Dough and the Egg Princess, e la lingua non è un problema perché i dialoghi sono praticamente inesistenti. Qualsiasi persona, piccola o grande, qualsiasi lingua parli, potrà sempre godere appieno di questi cortometraggi.

Al secondo piano c’è una serie di stanze che riproducono fedelmente lo studio in cui Miyazaki disegnava e gli ambienti di lavoro del Ghibli. Ci si potrebbe rimanere ore ad ammirare tutti i dettagli, perché sono piene zeppe di libri, fogli, strumenti da disegno, stoviglie, complementi d’arredo, mappamondi, dischi, bozzetti e schizzi ovunque, il tutto minuziosamente riprodotto.

Sempre al secondo piano c’è la riproduzione a grandezza naturale del Gattobus di Totoro. Un Gattobus di peluche! Sto per lanciarmici dentro quando noto che giocarci è permesso solo ai bambini. Un inserviente però mi concede di accarezzarne la zampa morbidosa. Dentro il Gattobus, i fortunati infanti giocano con makkuro kurosuke, cioè i piccoli personaggi di fuliggine che si vedono in Totoro e La città incantata.

Ultima tappa all’interno del Museo, l’immancabile gift shop. Cioè il gift shop più bello del mondo. Si chiama “Mamma aiuto!” come omaggio a Porco Rosso, ma in realtà è ciò che ho urlato io quando la mia carta di credito ha cominciato a dare segni di irrequietezza. Ci sarebbe stato da comprare tutto. Ma alla fine, ci siamo contenuti.

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Dell’esterno ho fatto delle foto che aiutano a rendere l’idea del livello di cura del dettaglio, tra citazioni nascoste e trompe l’oeil.

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C’è anche una caffetteria, ma superaffollata e con poca scelta. E poi per pranzare è ancora presto.

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Infine, ecco il pellegrinaggio sul tetto ricoperto di piante, dove si fa la fila…

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…per farsi fotografare assieme al robot di Laputa. Il rovente, incandescente robot di Laputa alto 3 metri (guardare e non toccare!).

ghibli17Se si è adulti senza bimbi al seguito, che vorranno sicuramente starci per un’infinità di tempo a giocare, la visita richiede un paio d’ore, diciamo una mattinata se si arriva dal centro di Tokyo. Verso mezzogiorno, quindi, ci avviamo per tornare in città e visitare il quartiere di Asakusa.

Asakusa è una delle attrazioni turistiche principali di Tokyo. Qui si trova uno dei templi più antichi della città, il Senso-ji, dedicato alla dea Kannon.
Una buona idea è quella di fermarsi all’Asakusa Culture Tourist Information Center, che nella sua splendida architettura richiama una pagoda. È un utile punto informativo, ma da non perdere ci sono il caffè e la terrazza panoramica all’ottavo piano, che offrono una vista stupenda su Asakusa e sulla Tokyo SkyTree.

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Sulla destra, l’Asakusa Culture Tourist Center
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La Tokyo SkyTree e, sormontata dalla fiamma dorata, la sede della Asahi Breweries
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Nakamise Dori e il Senso-ji visti dalla terrazza dell’Asakusa Culture Tourist Information Center

L’area del tempio è delimitata dalla Kaminarimon, la “porta del tuono” con la sua enorme lanterna rossa. Da lì parte Nakamise Dori, una lunga via di bancarelle che è uno dei luoghi più turistici che abbia visitato in Giappone. Le botteghe di souvenir non vendono molto più di paccottiglia, anche costosa, e la concentrazione di turisti è davvero alta.

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In fondo c’è il Senso-ji, che è un tempio buddhista, e, a lato, la pagoda a cinque piani, ai piedi della quale c’è un piccolo giardino zen un pochino meno affollato.

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Un pomeriggio ad Asakusa può essere un po’ frastornante. Quando però le porte del tempio chiudono la folla comincia a scemare e a infilarsi nei ristoranti.

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Per noi però la giornata è tutt’altro che finita. C’è un’importante attrazione da visitare, un’attrazione che ha continuato a incombere su di noi per tutto il pomeriggio: la colossale Tokyo SkyTree, cioè la più alta torre del mondo per le trasmissioni televisive e il seconda struttura artificiale più alta del mondo (è battuta dal grattiacielo Burj Kalifa). Alta 634 metri, la SkyTree è stata aperta al pubblico nel 2012: la nostra Lonely Planet era precedente, perciò menzionava soltanto i lavori in corso e, in un primo momento, non avevamo pensato di includere questa tappa nelle nostre visite. Grazie al consiglio di amici, e anche a causa della curiosità che non può non suscitare in chiunque la veda (e si vede da moooolto lontano), abbiamo poi deciso di andarci. E ne vale la pena. Un suggerimento: visitatela all’ora del tramonto per godere della vista della città sia con la luce del sole, sia by night.

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La Tokyo SkyTree è enorme, non solo in altezza. Con le sue strutture sotterranee e a livello del suolo costituisce una città nella città, con i soliti fantastiliardi di negozi, ristoranti, servizi e una fermata del treno dedicata. Ad arrivare qui, fare il biglietto e aspettare il proprio turno per l’ascensore, sembra quasi di essere in partenza per un viaggio interstellare. Tutto è nuovissimo, futuribile, ipertecnologico. La nostra idea è di goderci il tramonto, perciò cerchiamo di capire se è possibile salire all’ora giusta; ma poiché non sembrano esserci limitazioni al numero di visitatori e alla durata della visita per gli osservatori, saliamo dopo un’attesa che, nonostante la folla in fila, si rivela breve.

Veniamo sparati a 350 metri d’altezza nel tempo che l’ascensore di casa mia impiega per salire di due piani. Ma non si sente una vibrazione. Nessuna oscillazione avvertita nemmeno arrivati al Tembo Deck, il primo livello panoramico. La vista a 360° garantita dalle vetrate alte 5 metri arriva, nei giorni limpidi, a 70 chilometri di distanza. Tokyo è ai nostri piedi e, aguzzando lo sguardo nell’aria afosa, scorgiamo anche il cono inconfondibile del monte Fuji.

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La Tembo Gallery è ancora 100 metri più in alto, ci si arriva in un battito di ciglia. Il panorama è ancora più spettacolare, anche se in questo osservatorio si è un po’ più distanti dalle vetrate e quindi la vista è un po’ meno da vertigini. Ritornati al Tembo Decka ci si può poi intrattenere con il bar, lo shop e i pannelli interattivi che mostrano la storia della Tokyo che si estende 350 metri più in basso.skygente skytab

Il nostro penultimo giorno in Giappone, cominciato con un viaggio nella fantasia, finisce così con un viaggio nella fantascienza.

Le altre foto sono su Flickr (in progress).

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