Luoghi

Giappone ultimo giorno – Afa, cicale e Kiss me Licia

[Uèla! Sì, sono di nuovo qui. In mezzo ci sono stati un matrimonio, un viaggio di nozze e tanto lavoro]

L’ultimo giorno in Giappone è anche il più caldo e il più spossante, e noi abbiamo in programma di visitare il posto, credo, più afoso di tutta Tokyo: il Parco di Ueno.

Ce lo siamo tenuti per il finale pensando a una rilassante passeggiata nel verde, #einvece. E invece siamo nel bel mezzo dell’estate giapponese, e a nessuno viene in mente di godersi i viali e gli spiazzi del parco con il sole a picco, né di cercare refrigerio sotto gli alberi, perché sarebbe inutile, buttano fuori solo umidità. Nel parco ci siamo sostanzialmente noi, alcuni senzatetto (il Giappone fa del suo meglio per nasconderli, ma ci sono) e dei suonatori peruviani uguali a quelli che vendono da vent’anni i cd dietro il Duomo di Milano (giuro).

E poi ci sono le cicale.

Non ho ancora parlato delle cicale, che di fatto hanno accompagnato tutta la nostra permanenza in Giappone con il loro canto assordante. Il primo giorno a Tokyo, raggiungendo un’area verde dalle parti del palazzo imperiale, eravamo stati investiti da questo strano fracasso: un rumore metallico, continuo e fortissimo. Per un buon quarto d’ora ero rimasta convinta che ci fosse qualche cantiere nei paraggi, ma poi avevamo capito che il rumore proveniva dagli alberi, o meglio dagli insetti che li abitavano.
Al parco, naturalmente, le cicale sono ancora più disturbanti, ma dopo più di dieci giorni non facciamo forse più caso alla loro rumorosa presenza.

Il parco, dicevamo.

La sua prima attrazione sono le specie arboree, tra cui ginkgo biloba, canfora e, naturalmente, i ciliegi, migliaia di ciliegi piantati strategicamente lungo i viali più importanti. Si sa quanto i giapponesi (e i turisti) amino il periodo della loro fioritura in primavera (hanami) e il parco presenta delle mappe apposite per godersela attraverso gli scorci migliori.

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Poi ci sono i templi, risalenti a diverse epoche. Uno dei più interessanti è il Gojoten Jinja, con la sua scalinata sormontata da una fila di torii rossi che porta al vicino santuario dedicato a Inari, protetto dalle ormai familiari volpi (kitsune).

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Gojoten Jinja

 

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Gojoten Jinja

 

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Gojoten Jinja

 

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Gojoten Jinja

 

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Gojoten Jinja

 

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Toshogu Shrine

Il Parco di Ueno ospita anche alcuni fra i più importanti musei della città, come il Museo nazionale di Tokyo, il Museo nazionale d’arte occidentale e il Museo nazionale della Scienza.
Ed è proprio in quest’ultimo che, piegati dalla calura già a metà mattina, ci rifugiamo per godere di un po’ di aria condizionata.

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Museo nazionale di Tokyo

 

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Museo nazionale della Scienza

Noi siamo particolarmente appassionati di questo genere di musei e quello di Tokyo, pur non facendo molti sforzi per accattivarsi i visitatori stranieri (non tutto è spiegato in inglese), è comunque godibili. Le varie sezioni parlano di geologia, paleontologia, astronomia, fisica, botanica, zoologia. L’edificio principale ha un’impostazione più tradizionale, mentre il secondo padiglione, più nuovo, è anche più interattivo e pieno di attività pensate soprattutto per i bambini, e infatti era affollato di scolaresche.

E se vi state chiedendo come sono le scolaresche in Giappone, sì, lo confermo: sono uguali a quelle di Kiss me Licia. Grembiulini azzurri, cappellino e infanti educati che si tengono per mano sotto gli occhi di giovani maestre.

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Un altro dei punti di interesse del Parco di Ueno è lo stagno Shinobazu, ricoperto di fiori di loto, che al centro ospita un’isoletta con un santuario dedicato alla dea Benzaiten.

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Dopo un estenuante giro dello stagno sotto il sole e dopo un veloce pranzo appena fuori dagli ingressi del parco facciamo un breve giro al famoso mercato di Ueno, che si trova appena attraversata la strada.

Ameyoko (contrazione di Ameya Yokocho) è il nome del vicolo principale, caratterizzato dai negozi di caramelle, e ha finito per dare il nome al mercato intero, nato come mercato nero dopo la seconda guerra mondiale e sviluppatosi lungo la linea ferroviaria che qui è sopraelevata.

Se si cercano regali raffinati o oggetti d’artigianato tradizionali non è proprio una meta consigliabile: il mercato di Ueno è un classico mercato rionale, dove si trova di tutto, dall’insalata alle ciabatte infradito plasticose, e la gente va a farci la spesa quotidiana. Il suo essere “caratteristico” sta in questo ed è molto affollato, caotico e genuino. Naturalmente è pieno di ristorantini e chioschetti, magari con pochissimi posti, che vendono cibo di strada.

Da Ueno, con un paio di fermate di metro, ci dirigiamo infine verso Asakusa dove visitiamo l’ultima attrazione della giornata: Kappabashi Dori, conosciuta anche come Kitchen Town.

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Si tratta di un insieme di strade in cui si concentrano i negozi che vendono utensili da cucina e forniture per i ristoranti: piatti, tazzine, bicchieri, bastoncini, cestini di bambù, cuociriso, stampini per dare forma alle polpette di riso, le caratteristiche tendine di Zio Marrabbio… Qui c’è tutto! E spesso ogni negozio sceglie di specializzarsi in un solo genere di articolo, offrendo un’infinità di varianti. Per quanto riguarda i bastoncini, ad esempio, nello stesso si possono trovare gli usa e getta da pochi centesimi come quelli in materiali preziosi e con elaborate decorazioni.

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Una categoria a sé sono poi le riproduzioni in cera o resina delle pietanze, quelle opere d’arte che si trovano nelle vetrine di ogni ristorante per illustrarne alla perfezione la proposta culinaria. Se però pensate di portarvene a casa qualche esempio come souvenir preparatevi a spendere tantissimo.
L’origine del nome Kappabashi Dori è incerta, ma ha un’assonanza con il Kappa, una creatura della mitologia giapponese che ha finito per diventare la mascotte del quartiere.
Raffigurazioni del Kappa si trovano quindi un po’ ovunque nell’arredo urbano e nel complesso tutto il quartiere ha un’aria molto fumettosa, anche per via dei murales e delle strane decorazioni degli edifici.

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Un kappa!

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Un’altra conformazione che può assumere un kappa.

E con questa ultima tappa si chiude il nostro viaggio in Giappone.

Il ritorno, il giorno seguente, è dall’aeroporto di Narita, il più grande fra gli aeroporti di Tokyo, che ci saluta così:

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Arrivederci: è quello che speriamo!

Il Giappone si è rivelato una meta fantastica dove torneremmo di sicuro molte altre volte. Anche solo a Tokyo, una città alla quale abbiamo dedicato molti giorni senza davvero pentircene, perché ogni quartiere è un mondo a sé e dove ci sarebbe ancora tantissimo da vedere ed esplorare.

Con questo viaggio abbiamo in effetti trasformato in realtà tante suggestioni vissute da bambini degli anni ’80 cresciuti a pane e anime, così come tante fantasie elaborate da adolescenti anni ’90 nutriti di manga.

Non solo, abbiamo scoperto alcuni lati di questo paese che non ci aspettavamo.

Uno di questi è la facilità degli spostamenti nonostante l’estrema complessità del sistema di trasporti, una facilità dovuta all’organizzazione nipponica, alla sua logica ferrea e alla cultura visiva (i cartelli sono illustrati, non scritti!) che rende possibile orientarsi anche a degli occidentali che sarebbero, di fatto, analfabeti.

Un altro è una cultura culinaria che si è confermata oltre la nostra immaginazione, con un’offerta gastronomica sterminata e, proprio per questo, con un range di prezzi che comprende anche l’ultra-economico.

Ci sarebbero tantissime altre cose da dire, ma per questo mi affido alle foto: l’album completo è su Flickr.

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